martedì 8 febbraio 2011

Eco (2 di 2)

di Dante Cruciani
(continua da qui)


6. Allora, a un certo punto, a pochi metri dal rifugio, vedo mio fratello che si lancia di corsa sulla neve fresca. Vedi? mi dice, Vedi? Qui sì che si cammina bene. Faccio una fatica della madonna, ma almeno serve a qualcosa avere le racchette ai piedi.
Sì, ma – dico io - sì, però – accenno - è una fatica per la fatica, no? È una fatica per il gusto di dire: ho pagato per queste cose che ho ai piedi e adesso le uso del loro uso proprio, e il loro uso proprio è fare fatica.
No, dice mio fratello, no, il loro uso proprio è fare meno fatica, perché se non le indossassi, su questa neve, non riuscirei a muovermi, dice, sprofondando.
Sì, certo – rispondo – ma per fare meno fatica devi fare più fatica e buttarti sulla neve fresca, anche se non ce ne sarebbe nessun bisogno.
A quel punto mio fratello mi guarda  e mi dice: Aspetta; ma tu... non starai mica metaforizzando, vero? Lo sai che odio quando metaforizzi.
No, no – dico io a mani alzate -  no, io dico così, per capire.
Capire cosa?
Ma no, rispondo, è che questo libro di Eco si legge spigliato, in fretta, è anche divertente talvolta, ammicca nel modo giusto, ma poi arrivi a un punto in cui per poterlo recensire devi per forza finirlo, mica lo puoi abbandonare. È quel punto oltre il quale fai più fatica a bluffare che a leggerlo tutto. E proprio lì, in quel punto di non ritorno, zac, ecco che Eco ti frega e diventa una patacca.
E quindi? – risponde mio fratello – che c'entra?
Eh, che c'entra – dico io – ma secondo te, la facilità di lettura è un valore? Cioè: tu leggi un libro velocemente perché è bello, o per te un libro è bello perché lo leggi velocemente?
No, aspetta, ma di cosa stai parlando?
Ma non lo so guarda... mi faccio un sacco di problemi: su cosa si giudica un libro? Su cosa puoi giudicare questo libro? Come si fa a dire se è bello o se è brutto? Qual è il punto? E perché il primo paragrafo di questo pezzo era al passato e adesso è tutto al presente?
Senti, non mi ci raccapezzo più. Andiamo a mangiarci una salsiccia, che così mi tolgo 'ste cagate dai piedi – dice - Sono sicuro che dopo una grappa tutto ti sarà più chiaro.
Una?

7. Ma allora, per capire, cosa si deve capire? E per fare il punto, qual è il punto della faccenda? Aspetta, questa la so: Il punto della faccenda è Inglorious Basterds. E il suo rapporto con il Calamaro di Praga.
Adesso potrei ammorbarvi su questo punto per pagine e pagine - per esempio sul tipo di pubblico che le due narrazioni presuppongono; oppure sulla sostanziale vuotezza di entrambi gli esperimenti (vuotezza elegante, eh, e piena di meraviglia quella di Tarantino; vuotezza per estenuazione, invece, quella di Eco, ma spesso altrettanto elegante, anche se d'un'eleganza un po' polverosa). E invece. Invece.
Invece c'è questa cosa del falso, e della storia; e del falso nella storia, e della storia falsa; e del racconto, che è falso perché è un racconto, e diventa vero una volta che è raccontato; e della vendetta, che è il racconto: e del racconto che è la vendetta.
Chiaro, no?

8. Insomma: il gioco di entrambi è quello di disinnescare la Storia. Ma la strategia di Eco non si basa sull'invenzione. Piuttosto, Eco si sente in dovere di spiattellare tutto, tutto ciò che sa, e la cosa fondamentale è che tutto sia vero, documentabile. Non è solo un vezzo, o l'opera di un maniaco. Nel contrasto tra l'erudizione dell'autore e l'evidente sciatteria con cui è costruito il personaggio principale, emerge nitida la falsità dei Protocolli dei Savi di Sion. Simonini è un protagonista così malfatto e irreale, che queste qualità si riverberano immediatamente sui Protocolli, rendendoli, con più chiarezza di quanto mai potrebbe fare un saggio, dei prodotti di finzione. Non è un risultato da poco. Peccato solo che i lettori di Eco (quelli che veramente lo leggono) queste cose le sappiano già.

9. Così, quando entriamo nel rifugio e ci sediamo all'angolo, vicino alla stube, di fronte alla finestra che dà sulla vallata, e il sole allaga la stanza ed è caldo - quel caldo da alta montagna che ti si spalma addosso inchiodandoti - e la cameriera corre a portare i menù segnalandoci che i canederli sono finiti perché se li è mangiati tutti un signore che ne ha ordinati più di cinquanta in poco più di un'ora, proprio allora, dopo aver ordinato le salsicce e i funghi e un quarto di vino, ci accorgiamo che a un tavolo di distanza c'è Umberto Eco, in giacca, cravatta, sigaro spento in bocca, baffi, una pila di piatti davanti, e quel cappello che si vede talvolta nelle foto nelle quarte di copertina, o su Repubblica quando magari ci sono gli articoli sugli ebook.
Posso farmi perdere l'occasione? Mi scolo un bicchiere di vino e vado.

10.
Professore, anche lei qui?
Ma sì, ho una conferenza in quota tra un paio d'ore, e mi sono fermato a fare uno spuntino.
Una conferenza?
Si intitola Scalare quasi lo stesso monte.
Interessante. È venuto a piedi?
Con le ciaspe, ma non servivano a nulla.
Sì, guardi, questi noleggiatori di ciaspe sono...
Non me lo dica. Una volta me ne stavo a zonzo con Borges, Calvino e l'ombra di San Tommaso, e volevamo andare sul Civetta, ma...
Aspetti. Tra poco mi arriva la salsiccia e volevo chiederle solo una cosa.
Dica pure.
Ma il Cimitero di Praga: non le sembra poco strutturato come romanzo?
Eh, sì, magari anche sì... sa, però... lo scrittore... è una macchina pigra... ha bisogno che il lettore collabori alla costruzione del senso della narrazione...
Lo scrittore?
Lo scrittore, certo! E chi se no? Lo scrittore è una macchina affamata, assonnata, frastornata, confusa, fragile, triste, solitaria, finale, radicale, grassa, magra, piovosa, nebbiosa, nebulosa, buia, sottile, unta, secca, cisposa, barbuta, baffuta, scavata, urlata, calva, pelosa, tesa, salgariana, dumasiana, ignorante, violenta, dolce, avanguardistica, aperta, collosa, fenomenologica, futuribile e... e poi, quando meno te l'aspetti, arriva l'editore e zac.
Zac?
Zac.
Ah, ho capito.
Zac.
Già. Va bene. Ho capito. Allora vado. Grazie!
Di niente.
Arrivederci.
Arrivederci. Aspetti. Potrebbe ordinarmi un piatto di canederli? Non me ne vogliono più dare e ne sono ghiotto.
Eh, sono finiti.
Zac.
Già.
Allora una grappa.

11. Mia nonna, la madre di mia madre, ha compiuto 100 anni in ottobre. Non è lucidissima, ma neppure troppo rintronata. Se ne sta a letto, talvolta parla. Ultimamente, ha avuto una ricaduta. A natale, per esempio, non si è mai alzata dal letto. Stava lì, con la badante, con gli occhi chiusi. Verso l'ora del caffè mio padre è andato a salutarla. Mio padre è medico, e tutte le sorelle di mia madre volevano sapere cosa ne pensava. Volevano un parere professionale. Quando è uscito dalla stanza, le sorelle di mia madre l'hanno circondato e gli hanno chiesto: allora? come l'hai vista?
E mio padre ha risposto, nel silenzio generale: mummificata.

6 commenti:

  1. Tanti anni fa, Eco era ancora un baldo giovanotto, furoreggiava una pubblicità riguardante le proprietà miracolose di una lozione per capelli denominata Endoten Control. Ad opera di convincimento all' inizio dello spot, ma aqt non si chiamava così, un tizio affranto da una precoce alopecia si passava le mani tra i capelli e mormorava

    - Ho fatto, ho fatto, ma non ho visto niente -

    dopodiché passava al miracoloso preparato e, dopo un benefico rossore, godeva dei suoi benefici effetti.

    - Dante Crucianiiiii! Comprate Endoten! -

    A(rba)sino

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  2. Gentile A(rba)sino, Lei, mi pare, sottovaluta il fascino di un'alopecia ben curata.

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  3. Caro Dante, premetto che Umberto è mio amico e ciò conferisce a priori al mio parere una patente di scarsa obiettività, ma posso dichiarare aldilà di questa premessa che IL CIMITERO DI PRAGA è un grande libro, assolutamente fuori parametro nella valutazione della produttività letteraria nostrana, come inevitabilmente ogni cosa che Eco scrive, eccettuata forse qualche bustina di minerva, evento peraltro rarissimo verificato nel caso-limite di esagerazione casearia piccante (i canederli gli fanno schifo), in quanto il Prof eccelle anche nel campo solforati. IL CIMITERO DI PRAGA è un libro di grande respiro europeo come ormai non è più in grado di scriverne nessun altro,nella grande tradizione che da Mann e Musil, passa attraverso la Yourcenar e qualche lodevole, ma pallida imitazione stile Wu Ming e altri volenterosi non dotati come il Nostro. Una letteratura enciclopedica che in tempi di svacco totale come quelli attuali non può che dare fastidio accumulando, in questo caso, nelle critiche negative, affastellamenti, per non dir di peggio, di castronerie che vanno dall' antisemitismo contenuto nel testo (sic!), all' approsimazione, all' eccessiva culturalità (mettetevi d' accordo, delle due, l' una), e via discorrendo in un susseguirsi di "scarraffierie" di vario tipo. Il mio riferimento alla lozione Endoten non era certo all' alopecia ben curata o meno, bensì a quello che il mio omonimo senza parentesi teorizza nell' elencare il merito maggiore che può essere ascritto ad una critica, positiva, negativa, neutra che sia: il dono della sintesi; il critico deve parlare meno possibile, è il testo in oggetto che deve dire qualcosa. Nel tuo giudizio questa capacità non l' ho trovata, molto gradevole il dipanarsi delle parole, poco costrutto riguardo il libro. Che possa non piacere, ci sta, che si dica opera mummificata, assolutamente no, è una delle poche opere attuali vive in un panorama defunto da tempo. Senza acrimonia e soltanto per amore della letteratura, con tutta la stima e l' approvazione per quello che fai.

    A(rba)sino

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  4. Caro A(rba)sino,
    non sono mica sicuro che la letteratura - o meglio: la grande letteratura - oggi, sia Il Cimitero di Praga (non che io sappia dove o cosa sia, oggi, la grande letteratura, se non forse in certi lavori di Chris Ware).

    Per farla breve:
    1) mummificato: mah: io speravo si notasse nel finale, prima di tutto, un certo affetto. Il punto è che l'approccio di Eco nei confronti del romanzo storico, e del romanzo in genere, mi pare sia rimasto immutato nel tempo - dal Pendolo in poi: grande erudizione, una buona dose di divertimento, un'intelligenza aguzza (con il costo non banale di raffreddare l'esperienza emotiva della lettura), ma un'allegria nel trattare i meccanismi della narrazione che rasenta lo sprezzo. Niente di male, però la forma romanzo si è molto diversificata da com'era vent'anni fa (non necessariamente in meglio, eh), e l'impressione è che Eco se ne freghi perché tanto lui è Eco e può farlo. E vabe'. Anche qui: niente di male, c'ha pure ragione, e potrebbe essere un grande libro lo stesso, se ci fosse una compensazione emotiva, o di senso, che a mio parere non c'è. Eco fa quello che ci si aspetta da Eco, che non è poco, anzi, ma è tutto là.
    2) Che la critica debba essere sintetica è un assunto ideologico inaccettabile, con buona pace di Arbasino, che sintetico lo è raramente. Il critico "può" essere sintetico ed è probabile che sia tanto più incisivo quanto più è asciutto. E però: di questo libro se n'è parlato un sacco dappertutto, in termini pomposi, sempre con serietà, talvolta affondando bene nel corpo del libro, spesso, come dici tu, con "scarraffierie" d'ogni tipo. Io invece c'avevo quest'alopecia che chiedeva di esprimersi, così, bizzosamente, e non ho saputo resistere :-)

    Ciao, grazie
    D.

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  5. Ecco un commento che mi piace pur contenendo elementi su cui posso essere più o meno d' accordo. Certamente continuerò a seguire le tue esternazioni, è così raro leggere qualcosa di valido, interessante e non massificato.
    Alla prossima

    A(rba)sino

    P.S. Il mio omonimo senza parentesi non è sintetico nei giudizi, oserei dire addirittura scarno. Lo testimonia la prima pagina culturale di Repubblica di oggi!

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  6. Austino Attizzo11 febbraio 2011 19:49

    Cristo. Qui occorrerebbe un metarecensione tutta dedicata a questa meravigliosa opera critica del Cruciani.
    (maledetto Cruciani)

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