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venerdì 17 dicembre 2010

martedì 30 novembre 2010

Suona il telefono

di Don Vito Caputo

-Sì?
-Puoi venire qui un momento, non riesco a risolvere una questione. – mi chiede il dott. Licalzi.
Lascio la mia collega al telefono che racconta di suo figlio ad un ispettore di polizia.
Due porte e sono nell’ufficio del dott. Licalzi.
-Eccomi. Di cosa hai bisogno?
-Ah, salvatore della patria! Vieni dentro, respira il profumo di Intelligenza!
Coglione.
-In quest’ufficio si lavora di concetto, si crea e si distrugge. Gli indirizzi, le strategie... tutto nasce qui. Annusa, non ti senti già più intelligente?
-Sì, infatti mi era parso. Di cosa hai bisogno?
-Eh, sto scrivendo un provvedimento. Alta legislazione. Sto maneggiando tante di quelle materie diverse... Se mancassi anche solo un giorno tutta questa enorme macchina sarebbe priva di direzione. Nessuno domina tutte queste materie insieme. Voi, di là, fate lavori di routine, più terra terra... Non prenderla nel modo sbagliato se dico questo, ma sai, qui si fanno lavori di alto profilo. Maneggio milioni come noccioline.
-Aha. Quindi. Di. Cosa. Hai. Bisogno.
-Ah, sì, giusto. Le vedi le prime quattro righe al computer?
-Quelle in maiuscolo?
-Esatto. C’è un modo farle diventare minuscole senza riscrivere tutto?

Quasi le 11

di Don Vito Caputo

Alle 11.05 in tutte le scuole c’è la merenda.
Io però lavoro in ufficio. Spulcio compravendite avvenute settant’anni fa.
La mia collega batte al computer e mi parla di suo figlio. Non sono sicuro che parli veramente a me.
Suona il telefono.
-Ehi, vieni qui, c’è una verifica urgente da fare!
Venti metri ed entro nell’ufficio tecnico.
Chiudo la porta. Il geom. Finozzi stappa una bottiglia di prosecco.
-Toh, verifica se è fresco abbastanza. – mi dice il geom. Zarra mettendomi in mano un bicchiere.
-Il capo?
-È via.
-Il mega capo?
-Via anche lui.
-La mortazza?
-In frigo.
Giornata finita.

mercoledì 17 novembre 2010

Fango - La lezione dei coreani (passando per Dante)

















E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: "Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra".

Così girammo de la lorda pozza
grand’arco, tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Glielo diceva pure Dante che a rodersi il fegato per il federalismo prima o poi finivano nel fango!
VENETI… TAKE IT EASY!  IMPARATE DAI COREANI!!!

http://www.corea.it/fango.htm