martedì 8 marzo 2011

MicroCarver - 5

di Dante Cruciani


Cos'è questo odore
Verso fine luglio, mentre era sul Conero a bere certi vini bianchi che gli ricordavano gli anni da studente, Marcello ricevette la telefonata dell'inquilino del piano di sotto, preoccupato per una macchia di umido che si ingrandiva sul soffitto. Non gli diede peso, e rispose di andarsene in vacanza. Matilde approvò, e rise: il vicino era un uomo ambiguo, di settant'anni, per lo più ubriaco dalle undici del mattino, intento, nei momenti di lucidità, a costruire una riproduzione fedelissima della basilica di San Pietro con gli stuzzicadenti (andava fiero in particolare, di una minuscola copia della Pietà che lui chiamava – senza alcuna ironia - la Pietà di Samurai). Quando tornarono a casa, qualche settimana più tardi, poco prima di ferragosto, pensarono che nel frattempo il vicino fosse morto, dall'odore; ma era il frigo che si era rotto.
Il condominio era deserto.

Cubicoli, tendine, gatti
Il cubicolo di lei era quello di fronte al suo. Ogni volta che si fermava a pensare che lei gli era di fronte e guardava il computer nella direzione in cui lui guardava il suo, gli arrossivano le orecchie. Sopra lo schermo, aveva attaccato con lo scotch biadesivo (ricordi dell'Albero Azzurro) una foto di lei, scattata con l'iPhone durante una gita aziendale. Era una foto ingrandita all'eccesso, sgranata, dove  si riconosceva, se non la fisionomia, almeno il maglione a righe. Per evitare che lei vedesse la foto quando andava a chiedergli qualcosa, aveva architettato uno stratagemma di tendine a specchio che si attivava premendo il tasto F2 in combinazione con le consonanti del suo nome. Ma lei non andava mai a chiedergli alcunché. Sopra lo schermo, esattamente in nello stesso punto in cui lui aveva messo il suo ritratto, lei aveva attaccato la foto del gatto.

Di cosa parliamo quando parliamo di sosia
Quando morì Mike Buongiorno, il suo sosia autorizzato provò prima di tutto un sentimento di felicità, poi colpa, poi rivalsa, poi colpa di nuovo, e poi, solo alla fine, un senso di perdita, molto blando. Pensava che adesso, mancando l'originale, avrebbe avuto più lavoro. Magari lo avrebbero pure chiamato per andare in televisione. Il sosia di Jerry Scotti scosse la testa, e così i sei sosia di Fiorello (alto, basso, magro, grasso, coi baffi, senza baffi).
"Perché?" disse il sosia di Mike "Perché scuotete la testa?"
Nessuno rispose.
"Ti ricordi Corrado?", disse il sosia  Carlo Conti, pallido, uscendo dalla sala riunioni.
"Ma non è la stessa cosa", disse il sosia di Mike, "Corrado non se lo filava nessuno neanche in vita."
"Sarà" disse la sosia di Nilla Pizzi.

Tu non hai polso
Poi mio padre, dopo la grappa, si posizionava in salotto, davanti alla finestra. Lo sapevamo tutti. Guardava fuori per qualche secondo, col bicchiere vuoto in mano. Lo appoggiava sulla mensola di betulla e - sempre senza voltarsi – diceva: "State fermi". Io iniziavo a vergognarmi allora, anche se tutti gli anni era la stessa scena e c'erano sempre le stesse persone. "Con un colpo secco" diceva, arrotolandosi le maniche della camicia. Non so bene come facesse, perché non era agile e non dimostrava alcuna grazia, ma era anzi di solito molto scoordinato. Ci avevo provato anche io, diverse volte: da solo, sul tavolo della cucina, per imitazione. Ma quando tiravo la tovaglia, mi trascinavo sempre dietro i piatti e i bicchieri. "È una questione di polso" diceva mio padre. Lui afferrava i bandoli del tappeto, e dopo un gesto nervoso ci trovavamo d'improvviso sul pavimento nudo, tutti e dieci, compreso il pianoforte.
Così aveva conquistato mia madre, diceva, nel 1956.

(continua)

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